Le réformisme musulman – Une histoire critique

689Nel libro di Mohamed Haddad il titolo è una domanda: “Una riforma religiosa nell’islam è ancora possibile?” (pubblicato in francese dalle Edizioni Cirpit Mimesis e in italiano da Jaca Book, 238 pagine 28 euro). C’è anche qualche risposta, e riguarda la mistificazione del pensiero di filosofi islamici che avevano teorizzato i princìpi del riformismo. Se ne è parlato a Torino Spiritualità il 26 settembre
L’islam è una religione riformabile oppure è destinata a una perenne immobilità? La domanda, da dieci anni il tormentone cultural-politico dell’occidente ferito a morte dagli attentati dell’11 settembre 2001, non ha ancora una risposta razionale ma in compenso ne ha ben due ideologiche. La prima è quella apologetica di chi non ritiene l’islam in alcun modo responsabile del conflitto tra le società musulmane e la modernità ma scarica la colpa su vaghe minoranze deviate, l’altra è quella denigrativa di quanti considerano il Corano la radice di tutti i mali contemporanei.
Per chi avesse voglia di saperne di più c’è un libro molto interessante pubblicato in italiano e in francese da Mohammed Haddad, dottore in islamologia alla Sorbona di Parigi ma anche docente all’università di Tunisi e titolare della cattedra UNESCO in studi comparati delle religioni, uno che ha dedicato la carriera alla lettura del Corano e alla sua collocazione storico-politica nelle società contemporanee e che ne ha parlato il 26 settembre a Torino Spiritualità, ospite del Centro Interculturale Raimon Panikkar (CIRPIT).
Per quanto banale possa sembrare il richiamo ai mezzi toni, esiste una terza via alla radicalizzione del dibattito degli ultimi anni. Per chi avesse voglia di saperne di più c’è un libro molto interessante appena pubblicato da Mohammed Haddad, dottore in islamologia alla Sorbona di Parigi ma anche docente all’università di Tunisi e titolare della cattedra UNESCO in studi comparati delle religioni, uno che ha dedicato la carriera alla lettura del Corano e alla sua collocazione storico-politica nelle società contemporanee.
L’idea di Haddad è che l’islam sia una religione come tutte le altre e abbia di fronte a se le medesime sfide. Lo precisa sin dalle prime pagine di “Una riforma religiosa nell’islam è ancora possibile?”, spiegando che qualsiasi religione sembra irriformabile prima che le pressioni sociali e culturali diano luogo a trasformazioni radicali. Cos’è allora che è mancato fino adesso all’islam, le pressioni sociali e culturali o la loro affermazione dialettica?
“I musulmani sono malati di ciò che Hegel chiamava la coscienza confusa della storia” nota lo studioso. Vale a dire che anche quando hanno prodotto tesi critiche si sono persi nella ricerca della sintesi. Nella sua analisi il primo tentativo fallito di riforma nell’islam coincide con la fine dell’epoca liberale, poco meno di un secolo fa, quando alle lotte di liberazione nazionale si affiancano l’emergere del relativismo terzomondista, la guerra fredda, la cultura di massa, il ruolo inatteso giocato dal petrolio nelle relazioni internazionali, la diffusione del wahabismo (la corrente radicale dell’islam nata in Arabia Saudita). Secondo Haddad è quello il momento caotico in cui la religione diventa uno strumento nelle mani dei movimenti di liberazione del terzo mondo che denunciano il liberalismo confondendone l’aspetto economico con quello politico-intellettuale e si avvicinano così all’islamismo, il quale a sua volta sovrappone il rifiuto della colonizzazione al rifiuto della modernità e dell’illuminismo.
Il libro ha una tesi chiara, sostiene che esiste una scuola riformista interna all’islam e ne identifica i capisaldi nelle opere del filosofo persiano Avicenna, in quelle del teologo iraniano Jamal al Din detto al Afghani, nel lavoro del giurista egiziano Qasim Amin, il primo a spendersi pubblicamente per l’emancipazione della donna musulmana, e soprattutto negli studi del filosofo egiziano Muhammad ’Abduh, “il Lutero islamico”. E’ proprio la mistificazione del pensiero di quest’ultimo, vissuto tra il 1849 e il 1905, che sarebbe all’origine dell’immobilismo contemporaneo.
Per quanto sembri complesso il ragionamento, la storia è appassionante e s’intreccia da subito alla cronaca che ci siamo abituati a conoscere. Alla morte di Muhammad ’Abduh – uno indubbiamente riformista a giudicare dal suo apprezzamento per il positivista, darwinista e femminista Herbert Spencer, di cui traduce dal francese all’arabo il saggio “Sull’educazione” – gli amici e gli studenti si distribuiscono l’eredità e la divulgazione del suo lavoro. Ma, per complesse ragioni storiche che Haddad ricostruisce nel dettaglio, la pubblicazione ufficiale delle opere verrà ritardata fino al 1931 e toccherà a Rashid Rida, il meno vicino al maestro, un amico che la famiglia ’Abduh non ricorderà neppure d’aver mai visto accanto a lui ma dalla cui penna uscirà una sintesi parziale e destinata a segnare le sorti dell’islam nel XIX secolo. Il testimone di Rida passerà infatti negli anni ’50 al connazionale Muhammad ’Umara, che il libro ci descrive con un nasseriano, panarabo e filomarxista convertitotisi successivamente all’islamismo “non violento” e pragmatico, quello programmato per smarcarsi dalle frange jihadiste in modo da avere più chance di proselitismo nelle società musulmane originarie e in quelle della diaspora. ’Umara ha bisogno di maestri meno bellicosi e problematici di Sayyid Qubt per veicolare il messaggio e trova il suo uomo nel Muhammad ’Abduh raccontato da Rifa. Anticipandovi la prevedibile fine vi svelo che l’ultimo anello temporale di questa catena è Tariq Ramadan, il controverso intellettuale noto per i suoi libri ma soprattutto per essere il nipote di Hassan al Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani.
Il cerchio si chiude. Sostiene Haddad che i Fratelli Musulmani, nati nel 1928, siano i responsabili di un processo che ha legittimato il fondamentalismo attraverso il riformismo facendone il proprio preludio anziché il proprio rivale. Di più. Le tre tendenze del pensiero islamico contemporaneo – qella conservatrice, quella wahabita e quella riformista – sarebbero state rimescolate dai Fratelli Musulmani in modo tale da far confluire il riformismo nelle altre due e trasformare “il conservatorismo in un progetto militante attraverso l’urbanizzazione del wahbismo”.
Haddad non ama i Fratelli Musulmani, che definisce “la versione cittadina del wahabismo beduino”. Li rimprovera di aver voluto e voler riformare la società adeguandola alla memoria religiosa anziché procedere in senzo inverso, secondo il metodoo illuminista. Ci sono studiosi e libri che danno invece una valutazione positiva dei seguaci di Hassan al Banna. Di certo l’islam ha un problema nei confronti della modernità che si spiega con il rifiuto dell’interpretazione del testo a favore di una lettura filologica. Ma non potendo interpretare degli scritti risalenti a XII secoli si resta inchiodati a una lingua che, come se non bastasse, ha una ricchezza tale da sfiorare l’ambiguità (la parola araba “bid’a”, per esempio, significa al tempo stesso “innovazione” e “biasimevole”). Come se ne esce? La risposta, secondo Haddad, è nell’islam stesso, a condizione di avere il coraggio di leggere tra le righe. A cominciare da quelle di Muhammad ’Abduh.
Autore: Haddad Mohamed
Editore: Mimesis Edizioni, Collana Triquetra CIRPIT
Anno: 2013
Pagine: 228
ISBN: 9788857517544