Cirpit Review Monographs n.1/2014

copertina Mon 1 (1)MELITA ROSENHOLZ: Di casa in entrambi i mari, Raimon Panikkar tra Oriente ed Occidente

Prefazione
Ho incontrato Raimon Panikkar, purtroppo una sola volta, quando l’Università di Urbino gli conferì – per mia iniziativa, e penso di potermene vantare a buon diritto – la laurea ad honorem in Antropologia ed Epistemologia delle religioni. Era il novembre del 2005; Panikkar aveva appena compiuto 87 anni. Faticava un po’ a camminare e aveva bisogno del bastone, ma questo non gli impedì una visita accurata del Palazzo Ducale e una lunga passeggiata per Urbino. Nei due giorni circa che trascorse con noi passammo molte ore insieme e parlammo a lungo. Era gentile e curioso, disponibile all’ascolto sebbene parlasse volentieri, estremamente rispettoso delle opinioni altrui anche quando in contrasto con le sue. La sua fragilità fisica sembrava nascondere un’anima d’acciaio. Senza fare nulla per imporsi era al centro dell’attenzione generale, e persone che non sapevano nulla di lui sentivano istintivamente la sua eccezionalità. Era ieratico senza nessuna forma di ostentazione, e se volessi sintetizzare in poche parole l’impressione che suscitava, non potrei evitare l’ossimoro: solennità umile.
Fu indimenticabile la sua lectio magistralis, in perfetto italiano, con solo un lieve accento castigliano, tanto erudita quanto appassionata, sulla missione dell’Università. Tenne a ricordare, con una ricchezza di dettagli che ben dimostrava la sua eccezionale cultura, che quest’istituzione non è esclusivamente occidentale e anzi non nasce propriamente in Occidente, ma ha importanti e antichissimi precedenti nel buddhismo indiano e, secoli dopo, nel mondo islamico. Anche in quest’occasione trovò dunque conferma quella che era la sua vocazione profonda, tanto spirituale quanto intellettuale: l’essere un ponte vivente tra due mondi, appartenendo ugualmente a entrambi.
Non fu purtroppo possibile farlo tornare a Urbino, come pure aveva volentieri accettato di fare. L’età e la salute lo tennero sempre più legato al suo eremo catalano di Tavertet, e cinque anni dopo ebbi la notizia della sua morte. Fu come se fosse morto un amico, sebbene tra noi ci fosse stato un unico incontro, e forse due lettere.
Si comprende bene, dunque, che posso solo essere contento quando uno studente mi chiede qualche consiglio di lettura su Panikkar, o addirittura mi propone di scrivere una tesi su di lui. È successo due volte finora, mai per mia iniziativa. Studiare Panikkar è impegnativo, c’è tanto da leggere, di suo e su di lui, e soprattutto occorre una cultura religiosa che non è ragionevole aspettarsi da uno studente, specie in un paese come il nostro in cui, di fatto, la religione non si studia e non c’è quasi niente in mezzo tra il catechismo burocraticamente insegnato e appreso e il laicismo dell’ignoranza e del pregiudizio.
Melita Rosenholz si è assunta dunque da sé il compito non lieve di dedicare la propria tesi di laurea a un tema di studio così importante, complesso, reso difficile dalla sua stessa unicità. Di fatto, il pensiero di Panikkar rappresenta l’unico incontro propriamente teologico che sia mai intervenuto tra orizzonte cristiano e orizzonte induista-buddhista. Ce ne sono stati diversi – non molti tuttavia – sotto il profilo dell’esperienza spirituale o pastorale, e certamente ci sono stati studiosi cristiani del mondo indiano e studiosi indiani imbevuti di cultura occidentale e competenti sul cristianesimo, ma se si cerca un pensiero teologico compatto e unitario che abbia entrambe le radici e da entrambe attinga ugualmente, il solo nome che possa venire in mente è quello di Panikkar. La sua opera è un unicum è probabilmente lo resterà, frutto di una personalità eccezionale e di un’esperienza biografica insolita e sotto questo profilo assolutamente privilegiata.
Il fatto che Panikkar sia sempre rimasto – per quanto faticosamente – un sacerdote cattolico e che alla fine il radicamento occidentale abbia avuto una prevalenza forse non solo quantitativa nel suo arco di vita, non comporta che la dimensione cristiana abbia nel suo pensiero una centralità teologica che, quasi imperialisticamente, si estende a periferie orientali. Anzi, proprio il cuore di tale dimensione cristiana è profondissimamente trasformato dalle radici indiane, così da far emergere un cristianesimo tanto vedico quanto biblico, fondato non sul monoteismo ma su una rilettura della dottrina trinitaria che consentirebbe, forzando forse la lettera ma non lo spirito degli scritti di Panikkar, di definire la sua teologia tanto politeistica quanto ateistica, e cioè, in una sola parola, la parola più propria di Panikkar, cosmoteandrica. Profondamente cristiana, peraltro, proprio nel rifiutare la differenza ontologica tanto tra uomo e cosmo quanto tra uomo e Dio.
Appunto per questo quella di Panikkar è per eccellenza la teologia del dialogo religioso. Non nel senso che lo auspichi o lo legittimi, ma nel senso che lo è essa stessa, che non ha altro contenuto che non sia il reciproco confluire di universi religiosi, senza alcun miscuglio sincretistico o orientalismo di maniera: tutti autentici, tutti profondamente vissuti, ciascuno esteso fino a comprendere l’altro, restando tuttavia se stesso.
Non è facile che una tesi diventi un libro. Specialmente dopo che una pessima riforma ha ridisegnato l’università nell’ottica di un efficientismo truffaldino che cancella qualsiasi possibilità di approfondire e di darsi il tempo per farlo. Melita è una delle pochissime eccezioni in cui mi sono imbattuto negli ultimi anni. La sua tesi, fin dall’inizio molto migliore e molto più impegnativa di quanto il sistema richieda – e dunque, dal punto di vista del sistema, altamente inefficiente, anzi un vero spreco – è in pratica già nata come libro. Sia per la compiutezza e l’equilibrio formale, la chiarezza e pulizia dello stile che non ha richiesto quasi nessuna correzione da parte mia, sia per la maturità intellettuale e la capacità di ricostruire con partecipazione e infinito rispetto un pensiero difficile, ricco, molteplice, in cui le sfumature sono essenziali e che non tollera semplificazioni banalizzanti.
Il lettore competente non mancherà di riconoscere in questo libro di Melita Rosenholz uno dei migliori studi italiani su Panikkar.
Luigi Alfieri
Università di Urbino Carlo Bo